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TRADATE

Melina nata senza gambe dona un rene al suo Max

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«Ti dono il mio cuore» è una frase usata talmente spesso da essere diventata quasi banale; ma quando si trasforma in: «Ti dono il mio rene» acquista un significato mille volte più grande perché descrive un amore capace di superare qualunque ostacolo, persino la malattia. La storia di Massimo Guffanti e Melina Virruso comincia prima ancora della loro nascita, all’interno del loro Dna. Lui presenta una malattia genetica rara, la fibrosi cistica; lei subisce una mutazione genetica a causa di un farmaco assunto da sua madre in gravidanza che la fa nascere senza gambe. Ma entrambi sono dotati di una forza d’animo eccezionale. E la loro storia è davvero unica. «I primi problemi ho iniziato a sentirli quando avevo 15 anni», racconta Guffanti dal letto dell’ospedale, dove si trova a seguito del trapianto dell’organo donatogli dalla moglie. «A quell’epoca avevo appena iniziato a lavorare come idraulico assieme a mio padre e ai miei fratelli, ma ogni mio sforzo era accompagnato da dolori ai polmoni e forti attacchi di tosse. A vent’anni non ero più in grado di fare quel lavoro e ho iniziato a operare alla Malerba come tuttofare». La vita prosegue, intervallata da continui ricoveri in ospedale. «Continuavano a curarmi per semplici bronchiti e broncopolmoniti, che erano strane per un ragazzo della mia età. A 29 anni, durante una crisi particolarmente grave, era stato chiamato persino il prete perché sembrava che non sarei riuscito a superare la notte». Guffanti, però, è tenace e si riprende. Dopo tre mesi di ospedale, torna a casa: ottiene l’invalidità ma è costretto a rimanere attaccato alla bombola d’ossigeno giorno e notte. Nonostante questo rimane tenacemente attaccato alla vita e diventa volontario dell’Unicef per cercare di migliorare quella degli altri. Inizia a fare degli accertamenti alla clinica Maugeri, ma è leggendo un libro sulle malattie polmonari che si rende conto che i suoi sintomi coincidono con quelli della fibrosi cistica. «Sono subito corso dal primario sperando di poter finalmente essere curato». La risposta però è stata come una doccia d’acqua gelida: «Se anche fosse così non cambierebbe niente», gli risponde il medico, perché la malattia non ha cura. Caso vuole che proprio in quel periodo si trovasse nella clinica tradatese una dottoressa che fino ad allora aveva lavorato a Milano, in un centro d’avanguardia per la cura della fibrosi cistica. «Non esiste ancora una cura che guarisca la malattia, ma grazie a questa dottoressa ho iniziato a seguire una fisioterapia polmonare che mi ha permesso di stare meglio e di riprendere una vita il più normale possibile». La Maugeri diventa un luogo importante nella vita di Guffanti anche per un altro motivo. «In mezzo alla sala mensa della clinica ho incontrato Melina, che si trovava lì per farsi curare una rinite allergica. Sono stato subito attratto da lei: ero magrissimo, mi reggevo in piedi a stento, insomma, sembravo uno appena tornato dalla guerra, ma mi sono buttato e sono andato a parlarle. Abbiamo iniziato a frequentarci e nel giro di un anno e mezzo abbiamo deciso di sposarci». Così l’ospedale per Max e Melina diventa il luogo della rinascita. Inizialmente, però, la decisione di trascorrere insieme il resto della vita non viene accolta di buon grado dalle rispettive famiglie. «Abbiamo avuto un sacco di resistenze quando abbiamo annunciato la nostra idea di sposarci. Ci dicevano: “Come farete a cavarvela da soli con le vostre difficoltà? I problemi saranno doppi”. Noi però non ab biamo dato retta a nessuno e siamo andati avanti, mano nella mano. Ci siamo sposati il 20 maggio 1995 nella chiesa di Peveranza (città natale di Melina) ma alla fine siamo venuti a vivere a Tradate, che per noi è stato, ed è tuttora, un luogo magico». Il matrimonio con la persona amata non elimina però gli ostacoli dalla vita dei protagonisti di questa straordinaria vicenda; ma loro riescono a superarli prendendosi cura l’uno dell’altro. Melina deve continuamente fare i conti con le difficoltà causate dalla mancanza delle gambe, mentre la malattia di Max continua a peggiorare finché i polmoni non ce la fanno più e collassano, rendendo necessario un trapianto. «Vengo messo in lista d’attesa e nel giro di tre anni ricevo otto “falsi allarmi”: per otto volte sono corso in ospedale per sottopormi all’operazione, ma ogni volta sono stato costretto a tornare a casa a mani vuote perché gli organi erano incompatibili o troppo lesionati per poter permettere l’intervento». A giugno del 2007 arriva finalmente la chiamata giusta. «Me lo sentivo: avevo sognato che il polmone buono sarebbe arrivato il giorno del compleanno di Claudio Lippi, e così è stato».

Lo stesso giorno del tanto agognato trapianto, però, Melina fa un incidente stradale. «Ci siamo ritrovati ancora una volta entrambi in ospedale, io nel reparto di rianimazione e lei al Pronto Soccorso. Per fortuna non ha riportato ferite gravi, ma la macchina con i comandi speciali che avevamo comprato con tanti sacrifici era completamente distrutta. Anche in questo caso però siamo stati fortunati: tra parenti e amici si è innescata una gara di solidarietà. Per ventiquattro giorni c’è sempre stato qualcuno che ha portato Melina fino a Pavia per permetterle di visitarmi, e ci hanno persino aiutato ad acquistare una nuova vettura». La vita riprende a scorrere ma nel corso dell’ultimo anno le condizioni di Massimo si aggravano nuovamente, questa volta a causa dei farmaci antirigetto che gli causano una forte insufficienza renale. Anche in questo caso soltanto un trapianto può salvarlo, ma l’organo questa volta arriva subito grazie al grande gesto d’amore di sua moglie che si è concretizzato sabato scorso nel reparto di chirurgia dell’ospedale di Pavia.

«Spero che la nostra storia possa essere d’esempio a chi si trova in delle difficoltà grandi come quelle che abbiamo dovuto sopportare io e Melina: quando ci si ama si supera qualsiasi ostacolo».

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Autore:cvy

Pubblicato il: 18 Marzo 2016

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